L'appuntamento con l'altro…

Un sorriso… uno sguardo… una stretta di mano…
un abbraccio… una carezza…
ed è subito emozione… tutto cambia…
tutto si trasforma…
All'improvviso appare il sole... tutto sembra nuovo... il cielo più blu... l'aria più tersa... i colori più accesi...
Ma anche prima... il cielo era blu... l'aria tersa... i colori accesi...
Niente è cambiato... solo noi... perchè vediamo con gli occhi del cuore...
E allora le emozioni scivolano senza pudore... si impossessano dell'anima... ci rendono liberi di essere ciò che veramente siamo...

Il morettino

Ero poco più che una bambina...
Lui un morettino… bruno come il suo nome… due languidi occhi neri… un sorriso disarmante…
Lo vedevo tutti i giorni sui banchi di scuola.
I primi palpiti del cuore… sguardi furtivi… silenzi pieni di parole…
Quella notte era seduto vicino a me, sul pulman che riportava a casa le nostre voci… i nostri sorrisi… le nostre speranze… dopo una gita scolastica piena di sogni.
All'improvviso, senza dire niente, il morettino appoggiò il suo capo sulla mia spalla…
Un attimo… e apparve il sole… tutto roteava come su una giostra…
le voci erano sparite… gli amici pure…
Vedevo solo quel capo sulla mia spalla… sentivo il calore di quel contatto che si espandeva in tutto il mio corpo… sentivo il suo profumo, mentre il mio respiro si confondeva con il suo…
Poi il morettino si addormentò… ed io rimasi immobile, per ore, con quel dolce peso sulla spalla.
Ti fa male il collo? - mi chiese il giorno dopo mia madre - Hai preso freddo?
Sì - risposi - è stato il vento…
E sorridendo, con il capo reclinato come una marionetta, corsi fuori, verso il sole…

 

* La danza negli occhi *

La strada s'arrampicava a fatica lungo i fianchi scoscesi della montagna che s’innalzava fiera nel sorriso della valle. Boschi di querce e di castagni carnosi ne costeggiavano il cammino. Sul selciato aspro colavano ghiande e i ricci occhieggiavano come ladri in vetrina. Mentre l’autunno stemperava silente un valzer di trine e di vagabondi sapori.
La percorrevo ogni mattino,poco dopo l’alba, sulla mia cinquecento blu che vibrava di sogni come i miei diciotto anni. Quasi un’ora di viaggio per raggiungere la vetta dove un minuscolo paese si accartocciava fra i pini, in un fazzoletto di prato aperto all’orizzonte. Poche case nude aggrappate le une alle altre come per sorreggersi a vicenda. Quasi tutte abbandonate. Nell’ultima casa ,in cima alla salita, c’era la scuola.
Una porta verde senza serratura si apriva su una stanza angusta e buia.
All’interno, stretti in un abbraccio, sette banchi di legno scuro, la lavagna e una cattedra sgualcita. Al centro ,in bellavista, troneggiava la stufa di ghisa rossa che assicurava, senza sosta, tenerezza e calore.
Un’aula per tre classi. Prima, quarta, quinta. E un alunno per classe. Graziano Franco e Marco. Graziano frequentava la quinta elementare nonostante i suoi tredici anni. Un ragazzo dolce cresciuto troppo in fretta; lo sguardo lucido di chi ha già vissuto le burrasche della vita. Diligente e disponibile,seguiva con premura il fratello minore, un allegro monello distratto e disordinato di nome Franco. Marco era il più piccolo. Un cucciolo biondo con un sorriso disarmante e occhi come more spalancati sul mondo.

Il primo giorno di scuola arrivai in ritardo. Una strana euforia mi danzava negli occhi,così sbagliai strada. Fresca di studi, avevo accettato senza esitazione quell’incarico imprevisto anche se dubitavo delle mie capacità di insegnante. Un buon motivo per mettermi alla prova anche se i disagi erano notevoli e il compenso inesistente.
- Buongiorno signora maestra!...
Quel saluto nuovo e festoso mi bloccò sulla soglia. Un gruzzolo d’occhi voraci forava la penombra mentre tre sorrisi chiari rischiaravano la stanza. Un misto di malcelato orgoglio e di piacevole imbarazzo mi scorreva sulla pelle. Con il cuore in subbuglio mi avvicinai alla cattedra e con finta disinvoltura spalancai il registro.
- Che dite bambini…facciamo merenda?....

Sono tornata di recente nella scuola sul monte. Nella mia aula sgualcita c’è un ristorante. Ho incontrato Marco, un brillante ingegnere con una carrozzina doppia…

 

* La stanza *

Era in cima a due rampe di scale, di fianco alla camera che imbastiva canzoni. Una stanza protesa verso oriente che si affacciava sulla valle con due finestre appaiate come vagabonde monelle. Di fronte alle finestre, sui letti a braccetto, occhieggiava un cuscino di margherite gialle che rimbalzavano come farfalle sulle tende di casto sangallo. In un angolo una lampada appesa di fianco a una Madonna azzurra. Centrini di pizzo. Un armadio ingombrante.

La stanza, imbiancata di fresco, vegliava, quieta e silente, nell’ombra lunga che imbrigliava la sera. Se ne stava lì agghindata a festa, in attesa, come un giocattolo in vetrina scalzo di sole e di biondi sapori. Scatola nuda da scartare in silenzio nella luce assopita d’una manciata di stelle. Immensa. Deserta. Chiusa. Un vestito di carta sotto un cielo muto. Spazio di cera per i suoi piccoli anni.

Così un minuscolo letto dipinto d’ortensie s’infiltrò furtivo nella stanza dei sogni, in un angolo stretto. Distante. Lontano dal gomitolo di sole che si accucciava sul cuscino aperto all’orizzonte. Lontano dalla voglia di raggiungere la riva.

- Sei grande!...
Si guardava allo specchio per cercare uno schizzo di qualcosa di grande. Un segnale su quel corpo acerbo che portava a fatica. Ma non trovava traccia. Doveva esserci un altro motivo. Forse era sbagliata. O sporca. O cattiva. Per questo non c’era posto. Ma la sete non dava tregua. Il dolore neppure. E il rifugio che galleggiava sotto la coperta si faceva ogni giorno più angusto e insidioso. Compresso. Senza fiato. Un cappio alla gola. Fino a quel grido che rubava, ogni notte, il respiro d’una carezza…

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Quando la mente ha un comando procede senza sosta...all'infinito...