 |
|
|
L'appuntamento
con l'altro
Un
sorriso
uno sguardo
una stretta di mano
un abbraccio
una carezza
ed è subito emozione
tutto cambia
tutto si trasforma
All'improvviso appare il sole... tutto sembra nuovo... il
cielo più blu... l'aria più tersa... i colori
più accesi...
Ma anche prima... il cielo era blu... l'aria tersa... i
colori accesi...
Niente è cambiato... solo noi... perchè vediamo
con gli occhi del cuore...
E allora le emozioni scivolano senza pudore... si impossessano
dell'anima... ci rendono liberi di essere ciò che
veramente siamo...
|
| Il
morettino
Ero poco più che una bambina...
Lui un morettino
bruno come il suo nome
due
languidi occhi neri
un sorriso disarmante
Lo vedevo tutti i giorni sui banchi di scuola.
I primi palpiti del cuore
sguardi furtivi
silenzi
pieni di parole
Quella notte era seduto vicino a me, sul pulman che riportava
a casa le nostre voci
i nostri sorrisi
le nostre
speranze
dopo una gita scolastica piena di sogni.
All'improvviso, senza dire niente, il morettino appoggiò
il suo capo sulla mia spalla
Un attimo
e apparve il sole
tutto roteava come
su una giostra
le voci erano sparite
gli amici pure
Vedevo solo quel capo sulla mia spalla
sentivo il
calore di quel contatto che si espandeva in tutto il mio
corpo
sentivo il suo profumo, mentre il mio respiro
si confondeva con il suo
Poi il morettino si addormentò
ed io rimasi
immobile, per ore, con quel dolce peso sulla spalla.
Ti fa male il collo? - mi chiese il giorno dopo mia madre
- Hai preso freddo?
Sì - risposi - è stato il vento
E sorridendo, con il capo reclinato come una marionetta,
corsi fuori, verso il sole
|
*
La danza negli occhi *
La strada s'arrampicava a fatica
lungo i fianchi scoscesi della montagna che s’innalzava
fiera nel sorriso della valle. Boschi di querce e di castagni
carnosi ne costeggiavano il cammino. Sul selciato aspro
colavano ghiande e i ricci occhieggiavano come ladri in
vetrina. Mentre l’autunno stemperava silente un valzer
di trine e di vagabondi sapori.
La percorrevo ogni mattino,poco dopo l’alba, sulla
mia cinquecento blu che vibrava di sogni come i miei diciotto
anni. Quasi un’ora di viaggio per raggiungere la vetta
dove un minuscolo paese si accartocciava fra i pini, in
un fazzoletto di prato aperto all’orizzonte. Poche
case nude aggrappate le une alle altre come per sorreggersi
a vicenda. Quasi tutte abbandonate. Nell’ultima casa
,in cima alla salita, c’era la scuola.
Una porta verde senza serratura si apriva su una stanza
angusta e buia.
All’interno, stretti in un abbraccio, sette banchi
di legno scuro, la lavagna e una cattedra sgualcita. Al
centro ,in bellavista, troneggiava la stufa di ghisa rossa
che assicurava, senza sosta, tenerezza e calore.
Un’aula per tre classi. Prima, quarta, quinta. E un
alunno per classe. Graziano Franco e Marco. Graziano frequentava
la quinta elementare nonostante i suoi tredici anni. Un
ragazzo dolce cresciuto troppo in fretta; lo sguardo lucido
di chi ha già vissuto le burrasche della vita. Diligente
e disponibile,seguiva con premura il fratello minore, un
allegro monello distratto e disordinato di nome Franco.
Marco era il più piccolo. Un cucciolo biondo con
un sorriso disarmante e occhi come more spalancati sul mondo.
Il primo giorno
di scuola arrivai in ritardo. Una strana euforia mi danzava
negli occhi,così sbagliai strada. Fresca di studi,
avevo accettato senza esitazione quell’incarico imprevisto
anche se dubitavo delle mie capacità di insegnante.
Un buon motivo per mettermi alla prova anche se i disagi
erano notevoli e il compenso inesistente.
- Buongiorno signora maestra!...
Quel saluto nuovo e festoso mi bloccò sulla soglia.
Un gruzzolo d’occhi voraci forava la penombra mentre
tre sorrisi chiari rischiaravano la stanza. Un misto di
malcelato orgoglio e di piacevole imbarazzo mi scorreva
sulla pelle. Con il cuore in subbuglio mi avvicinai alla
cattedra e con finta disinvoltura spalancai il registro.
- Che dite bambini…facciamo merenda?....
Sono tornata
di recente nella scuola sul monte. Nella mia aula sgualcita
c’è un ristorante. Ho incontrato Marco, un
brillante ingegnere con una carrozzina doppia…
|
* La stanza *
Era in cima a due rampe di scale,
di fianco alla camera che imbastiva canzoni. Una stanza
protesa verso oriente che si affacciava sulla valle con
due finestre appaiate come vagabonde monelle. Di fronte
alle finestre, sui letti a braccetto, occhieggiava un cuscino
di margherite gialle che rimbalzavano come farfalle sulle
tende di casto sangallo. In un angolo una lampada appesa
di fianco a una Madonna azzurra. Centrini di pizzo. Un armadio
ingombrante.
La stanza, imbiancata di fresco,
vegliava, quieta e silente, nell’ombra lunga che imbrigliava
la sera. Se ne stava lì agghindata a festa, in attesa,
come un giocattolo in vetrina scalzo di sole e di biondi
sapori. Scatola nuda da scartare in silenzio nella luce
assopita d’una manciata di stelle. Immensa. Deserta.
Chiusa. Un vestito di carta sotto un cielo muto. Spazio
di cera per i suoi piccoli anni.
Così un minuscolo letto
dipinto d’ortensie s’infiltrò furtivo
nella stanza dei sogni, in un angolo stretto. Distante.
Lontano dal gomitolo di sole che si accucciava sul cuscino
aperto all’orizzonte. Lontano dalla voglia di raggiungere
la riva.
- Sei grande!...
Si guardava allo specchio per cercare uno schizzo di qualcosa
di grande. Un segnale su quel corpo acerbo che portava a
fatica. Ma non trovava traccia. Doveva esserci un altro
motivo. Forse era sbagliata. O sporca. O cattiva. Per questo
non c’era posto. Ma la sete non dava tregua. Il dolore
neppure. E il rifugio che galleggiava sotto la coperta si
faceva ogni giorno più angusto e insidioso. Compresso.
Senza fiato. Un cappio alla gola. Fino a quel grido che
rubava, ogni notte, il respiro d’una carezza…
……………………………………………………………………………………
Quando la mente ha un comando procede senza sosta...all'infinito...
|
|